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Le Pornochicche: Racconto 5

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Dovevamo ripartire per tornare a casa. Io e le mie amiche avevamo dormito pochissimo durante quei giorni a Milano, quindi guidare per ore non era certo una prospettiva invitante.
Occhiali scuri e rassegnazione aspettando il tele-trasporto.
C’era anche lui con noi. Tornava in paese per salutare la famiglia.
È troppo alto e non entra mai comodo in macchina.
La conversazione all’interno dell’abitacolo non fluiva, stavamo tutti svegli ma come fantasmi. Lui appoggiava le gambe al sedile davanti e la sua faccia sembrava ancora più grande di quanto non lo fosse di solito. Ad un certo punto annunciò che voleva farsi una dormitina e che, eventualmente, dopo avrebbe guidato. Cambiò posizione allargando le gambe e una mano, incosciente, poggiò sul pacco. Lo fissavo, da dietro gli occhiali, e semplicemente gli scostai il braccio. Ad occhi semi chiusi chiese come mai, ma io sorrisi e si affidò.
Intravedevo il cazzo dalla piega della stoffa, mentre la strada andava e improbabili canzoni arieggiavano ignorate. Ogni tanto si muoveva, attento comunque, nel sonno, a non coprirsi più. Fingevo di dormire anch’io. Ci avvicinammo con le gambe cercando apparentemente comodità. Feci scivolare la mano sotto la sua coscia.
Una delle mie amiche chiese qualcosa e io risposi alzandomi un po’. Lui aprì gli occhi e mi si avvicinò alla bocca sorridendo assonnato:
“Cosa?”
“Dormi, dormi, non ti preoccupare.”
Tornò buono a mostrarsi. Lo fissavo al punto di farmi girare la testa e sembrava che alzasse il bacino per avvicinarsi.
Fu del tutto naturale, ad un certo punto, infilarmi dentro ai pantaloni larghi e controllare quello che era successo. Coperta dalla giacca e dalla borsa, immersi la mano e trovai la carne liscia e scivolosa e il sollievo di potermi aprire finalmente la fica.
Continuando a guardare quelle ginocchia grandi, le ossa, l’ombra minacciosa dell’uccello, infilai un dito e iniziai tutto un amplesso interiore senza che nessuno ne avesse minimamente idea. Trattenni il respiro quasi a soffocare. Le mie amiche davanti guidavano e cambiavano canzoni, lui dormiva e io agitavo il dito medio facendomi colare sul buco del culo il liquore.
Proprio appena cominciava a svegliarsi e capire, montando il cazzo, la guidatrice chiese un cambio.
Avevo la mano tutta dentro, ma mi offrii con tono insospettabile. Dissi che avevo bisogno del bagno e che all’autogrill avrei dato il cambio. Lui si ricompose e io rimasi immobile, avviluppata nella fica.
Scendemmo e le ragazze si avviarono al bar chiacchierando. Io gli misi una mano sul petto, fermandolo, e l’altra in bocca insegnandogli tutte le mie manie, i vizi. Afferrò il polso e tirò fuori la lingua. Gli caddero gli occhiali dal naso e annusò inferocito.
Poi girai il culo e andai in bagno lasciandolo accanto alla macchina. Mi lavai, tornai e guidai fino al portone di casa sua. Abbracciandomi, per il saluto, attanagliò un capezzolo e l’odore del mio sesso sulla sua faccia divenne toccante.
Quel misto di delicatezza e barba.